Filadelfo e Paolina

Racconto breve di Scorzelli Lucio

Premio speciale della giuria “Giovane Holden”. Lucca, 2015

I due ragazzi si conoscevano da sempre ma non avevano mai pensato che un giorno avrebbero potuto amarsi.

Il padre di Filadelfo era un abile artigiano; nella sua bottega passavano molte personalità influenti e importanti, poteva addirittura vantarsi di essere il sarto personale di Benito Mussolini!

Per Sua Eccellenza aveva disegnato e confezionato tutto il guardaroba; gli abiti da cerimonia, le sue uniformi sempre perfette e tutti gli accessori d’abbigliamento. Fra stoffe e merletti esposti nella vetrina della sua sartoria, un posto particolare lo aveva riservato ad una grande cornice con una fotografia del Duce in groppa ad un cavallo bianco … con tanto di autografo e dedica personale!

Anche il padre di Paolina faceva l’artigiano ed anche lui era un ottimo sarto ma nel suo laboratorio passavano solo preti, vescovi e alti prelati; per uno in particolare era sempre disposto a passare al di là del Tevere: Sua Santità il Papa! La sua abilità era ben conosciuta e raggiungeva il culmine con l’elezione di un nuovo Pontefice. Non potendo conoscere prima la taglia di chi sarebbe stato eletto fra i Cardinali riuniti nella Cappella Sistina, confezionava tre abiti da cerimonia simili, uno che potesse andar bene per una figura bassina e robusta; un altro per una corporatura di media grandezza e un po’ più longilinea ed infine un terzo, per una persona più alta e slanciata.

Con questo espediente, nel brevissimo tempo fra l’elezione del Papa e la presentazione in piazza San Pietro, aveva la possibilità di adattare rapidamente uno dei vestiti in modo che potesse essere subito indossato.

Le due botteghe sembrava si scrutassero, una di fronte all’altra in piazza di Campo de’ Fiori.

Le voci dei bambini invadevano i vicoli del centro storico di Roma, con i loro giochi, il rincorrersi, il cercarsi. I bottegai inveivano contro gli ambulanti che si piazzavano davanti alle vetrine; le pescivendole e i fruttaroli imbonivano i clienti nelle ore di mercato; tanti i carri trainati da animali indolenti e non si contavano i carretti spinti a mano carichi di ogni cosa. Servette pronte a portare a casa il frutto di tanta ricerca e tanti soldatini che cercavano d’infrattarsi, (appartarsi), con le servette. Pischelli e maschiette, (ragazzini e ragazzine), che passeggiavano sul lungo Tevere e fidanzatini sempre alla ricerca d’improbabili intimità. Massaie indaffarate giravano fra i banchi del mercato osservando i prezzi, paragonando le qualità: non era proprio facile la gestione della tessera annonaria cercando di far quadrare i bilanci familiari.

Nonostante la situazione di grave incertezza dovuta ad un periodo di guerra combattuta su molti fronti, Roma era comunque una città disincantata, trafficona, lavoratrice, amante del bello e della serenità.

I ragazzi dopo le scuole elementari continuarono gli studi in istituti differenti.

Cominciarono a sbirciarsi durante la preghiera del sabato fra i banchi della Sinagoga; forse fu per l’ambiente di preghiera, il silenzio, ma i loro sguardi continuavano a cercarsi sempre più insistentemente.

Paolina quando si sentiva osservata faceva la scontrosa e la scimmietta per poi abbassare lo sguardo arrossendo.

Filadelfo, incurante delle preghiere, faceva lo spaccone e dava di gomito al compagno seduto al suo fianco, mandando su tutte le furie il vecchio Rabbino.

Fili, come lo chiamavano gli amici, era proprio un bel ragazzo, più alto della media dei suoi coetanei sedicenni, un bel fisico con due spalle così, gambe dritte e muscolose; si allenava sempre con grande volontà per prepararsi ai periodici saggi ginnici. Era l’alfiere della squadra di ginnastica e ci teneva a fare bella figura pavoneggiandosi davanti alle ragazze.

Paolina non era proprio bellissima; aveva un nasino un po’ pronunciato, grandi occhioni scuri e una chioma importante acconciata in due lunghe e grosse trecce che le scendevano dietro la schiena. Un corpicino alto ma proprio ben modellato con tutte le cosucce al loro posto. A Filadelfo piaceva, piaceva anche solo sentirla parlare: quella sua cadenza particolare quando inciampava sulla erre e sulla esse gli faceva venire i brividi; non avrebbe mai smesso di ascoltarla, si gli piaceva tutto di lei… quanto, quanto gli piaceva!

Il padre di Filadelfo si era fatto da solo, per questo era un pochetto… parsimonioso, forse è meglio dire che era proprio un taccagno e non pensava minimamente di passare al figlio qualche soldino necessario per le esigenze di un adolescente. Fili non si perse d’animo e pensò di guadagnarsi qualche spicciolo facendo le consegne per il verduraio all’angolo di piazza Farnese.

Filadelfo si sentiva proprio un condottiero con quella bicicletta pesantissima: un portapacchi davanti e uno di dietro, sempre carichi di cassette di legno legate con lo spago e piene di verdure e ortaggi e lui via, sfrecciava veloce per i vicoli trasteverini!

Quando un giorno si ritrovò lungo per terra in mezzo a cavoli, cicoria e foglie di lattuga, tradito da un sanpietrino fuori posto del lastricato, fu proprio lei che passando casualmente lo aiutò a rimettersi in piedi, pulendogli con il suo fazzolettino le ginocchia sbucciate; quel giorno poterono parlarsi e finalmente, stringersi la mano.

Divennero inseparabili iniziando a filare un amorino semplice e gentile. Gli amici ormai se n’erano fatti una ragione, erano sempre insieme; mano nella mano o abbracciati, a parlare fitto-fitto e, perché no, ogni tanto ci scappava anche un bacetto.

Filadelfo al compimento dei suoi diciott’anni, una domenica mattina, invitò la sua Paolina a passare una giornata al mare. Chiese in prestito la bici del lavoro, gonfiò le gomme e fece sedere la sua amata sul portapacchi davanti; legò il cestino della merenda su quello di dietro; fissò l’ombrellone lungo sulla canna e, pedalando e sbuffando come Bartali sul Passo del Pordoi, portò la sua bella a fare il bagno al lido di Ostia.

Paolina per quell’occasione aveva indossato una camicetta dalle maniche corte, una gonna ampia, bianca, con tanti fiori grandi dai colori sgargianti e stretta in vita da una cintura scura e lucida; ai piedi aveva dei sandali leggeri con i calzini corti e arricciati; i capelli li aveva legati in una lunga coda di cavallo.

Con tanto amore, la ragazza aveva preparato per merenda alcune ciriole appena sfornate imbottendole con insalatina e fettine di melanzane impanate e fritte che sembravano proprio delle cotolette!

Finalmente, dopo ore di pedalate forsennate arrivarono ad Ostia, alla spiaggia.

A pochi passi dalla riva distesero gli asciugamani e aprirono l’ombrellone, Paolina aveva la pelle chiarissima e non voleva proprio scottarsi. Filadelfo faceva il sirenetto rischiando più volte di annegare per mettersi in mostra, il nuoto non era certo il suo forte!

Quella giornata fu memorabile, ma non avendo calcolato il vero massacro subito dai suoi muscoli, Fili portò Paolina a casa che era già buio.

Trovarono i genitori ad aspettarli per strada, imbufaliti e preoccupati. Non poterono più nascondersi e il fidanzamento divenne un evento per tutta la comunità ebraica.

La guerra continuava con inaudita crudeltà, fra lutti e pazzie di ogni genere ma nonostante tutto i ragazzi erano felici: grazie agli studi universitari, Filadelfo era riuscito a scavallarsela dall’indossare una divisa e a partire per il fronte.

Quando tutti gli abitanti del ghetto una notte vennero svegliati dalla marmaglia Tedesca, caricati su vagoni ferroviari e portati al massacro, lui cercò disperatamente la sua Paolina.

Si ritrovarono, sullo stesso vagone.

All’arrivo ad Auschwitz dopo un viaggio lungo e massacrante scesero insieme, abbracciati, ma durò poco.

Li divisero in due file separate e li condussero in un primo magazzino. Qui furono completamente denudati e rasati, disinfettati e portati in baracche differenti.

Non seppero mai quali numeri gli tatuarono sul braccio.

Sopravvissero per un paio di mesi.

Lui fu più fortunato: riuscì a gettarsi sul filo spinato elettrificato e morì immediatamente, fulminato.

Lei, alta e appariscente, fu notata e messa a disposizione del dottor Mengele. Venna usata come cavia in esperimenti demenziali fino a quando per le innumerevoli violenze e sevizie, finalmente morì.

Si ritrovarono riconoscendosi subito quando salirono in cielo passando per un camino e il loro amore fra le nuvole poté continuare.

 

 

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