Appello da New York: salvate il Festival

gen 15th, 2010 | By admin | Category: Speciali

A metà febbraio ci sarà il Festival. Per Sanremo, per la Riviera, per l’intera Liguria un avvenimento eccezionale. Importante, unico per il turismo italiano ed internazionale. Quest’anno il Festival compie 60 anni. Un evento, un appuntamento storico che ha del magico. Che non ha pari al mondo. Che ogni città d’Italia e del globo vorrebbe, che molte hanno tentato di copiare, di portarlo via, ma che nessuna ci è mai riuscita. Ogni tentativo, infatti, è sempre fallito. E questo ha del miracoloso se si tiene conto dell’incapacità, dell’ignavia, dalla miopia palesata nel corso degli anni da pubblici amministratori sanremesi e dirigenti Rai nel non saper o non voler difendere, valorizzare, potenziare il Festival e la canzone italiana.
Nonostante avventurieri e ciarlatani lo abbiano ferito ed indebolito nel tempo il Festival continua ad essere il migliore, se non l’unico, vero ambasciatore di Sanremo nel mondo. Senza di lui solo pochi conoscerebbero la città dei fiori e del casinò fuori dai confini della provincia e della regione. Solo pochi turisti verrebbero in vacanza, al casinò, a fare shopping, acquistare casa, giocare a golf, a tennis, al campo ippico, a Porto sole, prendere la tintarella, spendere un mare di quattrini. Sarebbe ora che qualcuno cominciasse a recuperare il tempo perduto. Mai come di questi periodi di vacche magre si ha bisogno di brand seri, di prodotti forti, esclusivi, di nicchia, capaci di fare marketing, attirare folle, muovere l’economia. Il Festival da 60 anni ha sempre avuto queste potenzialità, queste capacità. Il suo segreto è solo uno: la canzone italiana. Quella vera, quella rigorosamente made in Italy. Il Festival è grande quando rispetta, ospita ed offre al pubblico nazionale ed internazionale la canzone italiana. Quando ospita sul palco cantanti preparati, artisti dotati, non prodotti usa e getta costruiti a tavolino e lanciati sul mercato come saponette o dentifrici. Il Festival quando scimmiotta la musica americana, quando lo si vuole trasformare in qualcos’altro, in un contenitore o nel solito super show televisivo, quando regala spazi enormi ad affabulatori, comici, attori, politici, al gossip, a nani, ballerine e saltimbanchi frana inesorabilmente. Basta analizzare i suoi successi, i suoi trionfi, le sue cadute, le annate buone e quelle da dimenticare per capire che è consigliabile non lasciare più l’antica strada della bella e vera canzone italiana, la canzone del cuore, dell’allegria, dei sentimenti, del cantare e del fare musica in diretta. All’estero Festival vuol dire Italia, come la pizza, i maccheroni, l’opera, o sole mio. Altre strade, il rap, il country, l’industrial, il metal, il dark e tutto le altre mode esterofile non c’entrano niente col Festival, con l’Italia. Quando si è all’estero e si parla con un inglese, un tedesco, un francese, uno spagnolo, un brasiliano, un russo, un arabo, un indiano, o un giapponese tutti conoscono solo canzoni italiane, quelle del Festival di Sanremo.
Una testimonianza diretta, recente, personale, di pochi giorni fa. A Capodanno ero a New York, a Times Square, aspettando i fuochi d’artificio e la fantastica mezzanotte a Central Park in mezzo ad oltre 200 mila persone. Pressati come sardine, appena dicevo Sanremo, Festival chi mi era accanto, giallo bianco o nero che fosse, sorrideva e cominciava a canticchiare, a ripetere Volare, Modugno, La prima cosa bella, Un bicchiere di vino, Al Bano, Romina, Endrigo. Stesso discorso nelle strade di Manatthan, Broadway, Brooklyn, nelle piazze, al Metropolitan, al Palace, al Winter Garden, al Shubert Theatre, nei musei, in metropolitana, mangiando hod dog, nei ristoranti. Stessa musica le sere che ho cenato con amici al San Domenico, al 19 East 26 th Street di Madison Square Park, uno dei ristoranti più raffinati ed esclusivi della città, frequentato da personaggi come l’ex presidente americano Bill Clinton, Liza Minnelli, Schumaker, Naomi Campbel, dove due anni fa cenò con tutto il suo seguito diplomatico il presidente della repubblica Giorgio Napolitano in visita ufficiale negli Stati Uniti, dove prenotano e sono conosciutissimi nomi a noi più noti e vicini come Adriano Aragozzini, con Ravera e Radaelli organizzatore storico del Festival, o il presidente del casinò Donato Di Ponziano. L’SD26 è stato inventato trent’anni fa da Tony May, un gentleman napoletano che ha portato la migliore cucina italiana nel cuore della grande Mela, gestito in modo impeccabile dalla figlia Marisa. Marisa May è nata in America, da sempre ha la passione del canto ed il sacro fuoco dell’arte, da palcoscenico. Quando aveva 10 anni venne a Sanremo a vedere proprio un Festival firmato Aragozzini. E’ stregata dalla canzone italiana. Ama Ranieri, Celentano, Pavarotti, Cocciante, Morandi, Al Bano, Cutugno, Villa, Milva, Ricchi e poveri, Mina, Boccelli, Ci sarà, Un grande amore e niente più, Felicità, Perdere l’amore, Nel blu dipinto di blu, Non ho l’età, Le colline sono in fiore, Il mare calmo della sera, Se stiamo insieme, Solo noi, Ancora ti vorrei ed altre melodie di Sanremo di ieri e di oggi. Come Marisa e Tony May l’intero staff del SD26, dal perfetto direttore Stefano Lombardotti (ciociaro) allo chef Matteo Bergamini (bresciano), ad Antonio Montini (riminese) e tantissimi altri italiani e stranieri hanno sempre nel cuore e sulle labbra il Festival e le sue belle canzoni italiane. Tutti dicono di non cambiarlo, di non toccarlo, che ogni anno attendono il Festival come i bambini il Natale, che lo avevano ereditato dai genitori che se lo erano messo in valigia come un pezzo d’Italia quando erano partiti a cercare miglior fortuna. Che per loro il Festival della canzone italiana è come il tricolore.
Per chi vive all’estero, paradossalmente più che per gli stessi sanremesi, il Festival rappresenta un patrimonio unico, immenso, imperdibile che tutti dobbiamo difendere, che tutti dobbiamo togliere di mano a chi non lo sa apprezzare e non lo sa gestire.
Roberto Basso

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